| Eugenio Menegon – L’ars moriendi nell’opera dei missionari in Cina, 5 Marzo 2010 |
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![]() Un’intenso anelito per la salvezza post-mortem accomunò Cina ed Europa nel periodo primo moderno. Quando Matteo Ricci e i gesuiti raggiunsero la Cina alla fine del Cinquecento, trovarono un ambiente intellettuale e spirituale aperto non solo ad apprendere elementi della filosofia naturale occidentale, ma anche ad assorbire gli insegnamenti morali e religiosi europei sulla salvezza. Intellettuali e gente comune in Cina condividevano con le loro controparti europee una preoccupazione acuta nei confronti del senso della vita e della morte, e del destino dell’uomo nell’aldilà, preoccupazione che derivava in parte dalle limitate aspettive di sopravvivenza delle società premoderne, ed in parte dalla secolare riflessione e practica religiosa del buddismo, taoismo e neo-confucianesimo. La maggior parte degli studiosi interessati al tema della morte nella cultura cinese ha concentrato finora la propria attenzione sui rituali post-mortem, ideati per prendersi cura del corpo del defunto e aiutare la sopravvivenza del soffio vitale od anima (inclusi riti di sepoltura; culti ancestrali; esorcismo degli spiriti; viaggi soprannaturali nell’aldilà e così via). Poco si è fatto finora sulle pratiche ed idee relative ai preparativi alla morte. I missionari cattolici introdussero in Cina attraverso i loro testi in cinese la tradizione dell’ars moriendi, perfezionata dall’umanesimo europeo sulla scia di Erasmo, e codificata dal Bellarmino. I missionari spesso competevano con, ed attaccavano, le prevalenti tradizioni buddista e taoista, mentre si adoperavano a mantenere un’alleanza precaria con il confucianesimo. Questo saggio esplora succintamente come idee ed iconografia greco-romane e cristiane sulla morte, i preparativi alla morte, e l’aldilà introdotte dai missionari interagirono con le preesistenti tradizioni cinesi. Attraverso un breve esame della tradizione dell’ars moriendi nelle relazioni sino-occidentali, il saggio suggerisce che il problema centrale della salvezza rimase l’obbiettivo principale nell’opera dei gesuiti in Cina, anche quando veniva espressa in termini morali piuttosto che religiosi. In effetti, tale preoccupazione era appannaggio pure degli interlocutori cinesi dei missionari ad ogni livello sociale. Si può forse dire che la morte, un problema che tutti confrontiamo senza eccezione, rappresentò uno dei più importanti terreni di confronto e tensione tra Oriente ed Occidente. Eugenio Menegon (Laurea in Lingue e Letterature Orientali, Università di Venezia Ca’ Foscari; Master in Studi Asiatici e Dottorato in Storia, University of California at Berkeley, USA) è docente a Boston University (USA), dove insegna storia della Cina e storia globale. Ha trascorso periodi di ricerca post-dottorato all’Università Cattolica di Lovanio e al Fairbank Center for Chinese Studies, Harvard University. É autore della biografia di un pioniere dei rapporti culturali e religiosi tra Cina ed Europa, il gesuita Giulio Aleni, Un solo Cielo. Giulio Aleni S.J., 1582-1649. Geografia, arte, scienza, religione dall’Europa alla Cina (1994). Il suo libro più recente, Ancestors, Virgins, and Friars: Christianity as a Local Religion in Late Imperial China (Antenati, vergini, e frati: il cristianesimo come religione locale nella Cina tardo-imperiale; 2009) si occupa della vita delle comunità cattoliche nella provincia cinese del Fujian tra il 1630 e i giorni nostri. SCARICA INTERVENTO |



